Recensione bang bang
Recensione super breve. Il film parla della Lunga Marcia, un evento che permette a 50 ragazzi di competere per ottenere due premi: incredibile ricchezza e un desiderio. Le regole del gioco? Si comincia a camminare, chi si ferma muore e l’ultimo che rimane vince.
Dò già un’indicazione sulla visione. Più che uno spoiler, è un consiglio farvi capire cosa aspettarvi e come fruirne come si deve. Non è un prodotto alla Hunger Games, che intrattiene anche per la curiosità di vedere le strategie che i partecipanti mettono a punto per sopravvivere. Qui non c’è nessun tipo di spettacolarizzazione, azione o tattica, qui si cammina e si parla, tutto il tempo. I dialoghi la fanno da padrona e si potrebbe seguire tutta la vicenda anche ad occhi chiusi, ascoltando soltanto. È come se fosse una versione su tapis-roulant di The Hateful Height.
È un adattamento de La Lunga Marcia di Stephen King. Anche se diverse recensioni sono d’accordo nel dire che sia una versione inevitabilmente semplificata del materiale originale (che non ho letto, quindi non posso fare una valutazione onesta), da parte mia posso confermare che il film sta perfettamente in piedi sulle proprie gambe: costruzione solida, regia efficace e personaggi caratterizzati bene.
Se proprio devo trovare un difetto, si sarebbe potuto fare di più per mettere in scena la fatica fisica di questa marcia estenuante, ma non mi è pesato più di tanto. Come ho detto prima, quello che conta sono i rapporti che si instaurano tra i personaggi e vedere come, persino in una situazione così drammatica, c’è sempre spazio per speranza, empatia, critica sociale e umanità.
Lo consiglio?
È il film che ho apprezzato di più in questi ultimi mesi, essendo molto “nelle mie corde” (prediligo i prodotti che fanno pensare e simangono seri dall’inizio alla fine, senza indorare la pillola). Lo consiglio di cuore.
Quello che mi piace di questo genere di film è che sono un grande avvertimento su quanto l’essere umano sappia essere spietato, raccapricciante, calcolatore e, fa ridere, disumano. Visto che di imparare dalla storia per non fare gli stessi errori non vogliamo saperne, almeno raccogliamo le ultime briciole di intelligenza che ci sono rimaste e impegniamoci per fare in modo che certe cose rimangano nella letteratura distopica. Per esempio, il primo Hunger Games ce la stava un po’ facendo, ma poi è diventato tutto un “qUanTO è fiGa KatNiSs CoN l’ARco!1!!1”. Porco dio.
In questo film, l’America è uscita da una guerra che l’ha messa a dura prova. La Lunga Marcia ha una funzione puramente strategica: nei mesi successivi a ogni edizione, le persone si sentono ispirate dalle gesta dei partecipanti e si registrano picchi di produttività e di crescita economica importanti. Quindi, perché privarsene? Mandiamo a morire ogni anno una manciata di poveri cani per il bene comune. E li filmiamo anche, un gran bello show macabro, che alla gente piace guardarli dal divano (tipo gli antichi romani al Circo, non è cambiato niente).
Si capisce che, in questo contesto, lo stato controlla il popolo in maniera autoritaria e militare. Il libero pensiero è fortemente disincentivato e la cultura è proibita. Il padre del protagonista, Garraty, viene fucilato diversi anni prima della vicenda per aver trasgredito queste regole; addirittura, viene detto che possedeva diversi libri, tra cui dei testi di Nietzsche. Vietato pensare. Amanti del Ventennio, questo film vi estasierà.
Una cosa che mi è piaciuta molto è che la critica sociale non viene soltanto mostrata con l’assurdità di questa marcia, ma anche con una frase di Garraty che, un po’ parafrasata, dice questo:
Io non ho scelto di partecipare a questa gara, sono stato costretto. Certo, sono io che ho deciso, di mio pugno, di compilare la richiesta di iscrizione, ma non avevo alternative. Del resto, se un SISTEMA (questa è la parolina magica) viene costruito per tenerti perennemente in una situazione di povertà e necessità e l’unica via di fuga che ti dà è una gara mortale in cui puoi vincere la ricchezza che ti serve per sollevare te e chi ami dalla miseria, come puoi non provarci?
È in questa frase da poco, 20 secondi al massimo, che trovo la migliore lezione di questo film.
Un’altra cosa commovente è vedere come Garraty per primo, e a seguire altri, veda i partecipanti non come rivali da battere ma come fratelli che sono sulla sua stessa barca. Lui sa che dovrà restarne uno alla fine, per forza, ma decide comunque di aiutare chi è in difficoltà, magari donandogli cibo o supportandolo fisicamente. Sarebbe facile pensare che sia inutile, che non ha senso stringere legami con persone che tra poco non ci saranno più e, anzi, è solo un prolungare l’agonia. Ma allora, portiamoci nella realtà, perché noi viviamo la nostra vita? Perché ci permettiamo di stringere legami, di supportarci, di ridere, di soffrire e di essere vulnerabili con persone che sappiamo già che spariranno, prima o poi, e in un sistema che, seppur in maniera molto più stratificata e complessa, ci mette in competizione gli uni con gli altri? E io rispondo: perché dovrebbero essere dei limiti? Perché questo dovrebbe rendere tutto meno vero?
Grazie per aver letto.