Recensione bang bang
Attenzione: spoiler su “28 anni dopo”.
Mi stavo godendo beatamente la proiezione quando, abbastanza presto, mi sono chiesto “Che cazzo ho appena visto?”. Vi spiego se e come andare a vedere questo film; perché merita, ma non come credete voi.
In “28 anni dopo”, il protagonista Spike lasciava l’isola di Lindisfarne per avventurarsi nel mondo esterno popolato dagli infetti. Lo stile registico era coerente con il viaggio del personaggio: il passare dalla sicurezza pacifica della comunità che lo proteggeva al costante senso di pericolo e morte del mondo oltre le mura poteva essere raccontato solo con una narrazione grezza e spietata, come effettivamente è stato fatto. Ricapitolando, l’iter era questo:
- abbassa la guardia;
- fatti cogliere di sorpresa dai viscidoni;
- lancia frecce a caso;
- scappa ansimando tra le piante;
- ripeti.
Scena finale: Spike è con le spalle al muro e circondato dagli stagisti dell’Agenzia delle Entrate ma viene salvato da Sir Lord Jimmy Crystal (il biondino con la tuta di 50 Cent) e dalla sua squadra, che comincia a uccidere gli infetti a suon di acrobazie. Sembra di vedere uno spettacolo circense malato e sanguinario. In “28 anni dopo – Il tempio delle ossa”, aspettatevi questo. Non crediate che sia un film cazzaro o che vuole prendervi in giro. No, è un film che prosegue esattamente da dove eravamo rimasti ma monta davanti alla telecamera una lente completamente folle e deviata, come a proiettarci nella testa squilibrata di chi ha vissuto a stretto contatto con la morte per troppo tempo. Tenete duro e arrivate alla fine; io sono uscito dal cinema lasciato di stucco ma, ora che ho metabolizzato, vorrei solo che tornare per una seconda visione!
Compresa questa lunga premessa, passiamo al film. La trama smette momentaneamente di raccontare i dettagli del mondo post-virus per concentrarsi sulle storie di Spike, Sir Lord bla bla bla e del Dr. Ian Kelson. Alfie Williams ci riporta con i piedi per terra interpretando uno Spike che, per quanto cresciuto nello scorso capitolo, rimane umano e fragile (è pur sempre un ragazzino); in netto contrasto, gli altri personaggi rischiano di farsi ricordare maggiormente, complici anche delle caratterizzazioni più variegate e sopra le righe. La regia passa da Danny Boyle a Nia DaCosta, che rinuncia all’ansia e alle fughe rocambolesche per mettere dentro qualche jumpscare e inquadrature più pulite e statiche (peccato).
Un’ultima cosa: ricordatevi che qui non parliamo di zombie, ma di infetti! Quelli non sono necromorfi cadaveri animati da un qualche parassita, sono persone che hanno contratto un virus che le rende irascibili e fa venire loro vene varicose e propensione alla pratica naturista. Vi servirà!
Lo consiglio?
È un sequel furbo, che non cerca di essere una copia del precedente capitolo ma preferisce costruirsi la sua identità, riuscendo comunque a portare avanti la storia dei personaggi e la lore del mondo. Se rivolete le atmosfere di “28 anni dopo”, orientatevi su altro. Se siete fan della saga, non fatevelo scappare!

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