La critica economica di Monopoly

Introduzione

Quante volte ci sentiamo dire che siamo poverini perché non ci impegniamo abbastanza e che dovremmo tirarci su le maniche, creare la nostra azienda e produrre, produrre, produrre? Ebbene, è ora di spiegare ai luminari che sostengono ciò, sicuramente laureati con Boero accademico in Birrino 1&2, Osservazione Iperstatica di Cantieri e Scie Chimiche – Avanzato, che non è proprio così.

Come lo facciamo? Cercando di paragonare alcune dinamiche del mondo reale a quello che succede in una classica partita di Monopoly (i colori sgargianti della plancia non sono casuali, servono a distrarre gli analfabeti).

Un po’ di storia

Monopoly è stato inventato nei primi anni del ‘900 da Elizabeth Magie, la quale, inizialmente, lo chiamò The Landlord’s Game. Lo scopo di Magie era di creare un gioco da tavolo che potesse far capire quanto il sistema di affitti terrieri in vigore all’epoca andasse soltanto ad arricchire i proprietari a discapito di chi pagava, che si impoveriva sempre di più.

Magie registrò un primo brevetto nel 1904 e un secondo nel 1924 ma non riuscì nel suo intento di sensibilizzazione (granfatti che la gente non capisce mai un cazzo). Ora, i diritti sono detenuti da Parker Brothers, che se la ride bonariamente a vedere che amici e parenti si scannano a vicenda su un gioco che può finire soltanto quando uno riesce a fraccarlo nel popò a tutti gli altri (e, sicuramente, non è quello che sa calcolare correttamente l’ipoteca dei terreni, beata ignoranza).

Vabbè, guardate le immagini e andiamo oltre…

Primo brevetto di Elizabeth Magie, 5 gennaio 1904.
Secondo brevetto di Elizabeth Magie, 23 settembre 1924.
Secondo brevetto di Elizabeth Magie, 23 settembre 1924 (riproduzione a colori).

Passiamo, quindi, ad analizzare tre punti chiave delle dinamiche di Monopoly.

1 – Un sistema che diverge

Primo punto: il gioco mostra come chi ha più soldi sia destinato ad averne sempre di più e chi ha meno soldi non possa che aspettare la bancarotta.

Il seguente grafico mostra l’andamento della ricchezza di ogni giocatore nel corso di un’ipotetica partita. Circa a metà, vuoi per bravura, fortuna o entrambe le cose, il giocatore 1 riesce ad avere più patrimonio degli altri. Quello è il punto di non ritorno: le sue risorse sono destinate a crescere (a discapito di quelle di tutti gli altri) e difficilmente si potranno ribaltare le sorti della partita.

Disporre di maggiore capitale significa poter assumersi più serenamente il rischio di investire e provare:

  • in caso di fallimento, si resta comunque in una posizione di predominanza (e i soldi si recuperano riscuotendo gli affitti nel giro di qualche turno);
  • in caso di successo, si diventa ancora più forti e si accelera la propria corsa al monopolio.

Un giocatore povero, che magari possiede pochissimi terreni, non può permettersi tutti questi ragionamenti: ha pochi soldi e sa che non li può investire perché dovrà usarli per pagare gli altri giocatori. È su una barca che affonda e gli serve un miracolo; è più una questione di fortuna, che di bravura.

Qualcuno potrebbe controbattere dicendo che tutti i giocatori hanno iniziato la partita dallo stesso punto di partenza e con la stessa quantità di denaro; se uno è stato più bravo degli altri, perché condannarlo? Trovo che questo discorso abbia senso, ma solo all’interno del gioco, la cui volontà (nonché unica possibilità) è quella di mettere in competizione i partecipanti. Nel mondo reale, dobbiamo smettere di concentrarci sui singoli individui e guardare come si comporta il sistema.

In matematica, un sistema viene detto divergente quando permette ad almeno una variabile di assumere un andamento che tende a infinito. In ingegneria, questo ha spesso effetti negativi: esplosione di una sostanza chimica, rottura di un elemento meccanico, fusione di un componente elettrico, incapacità di una sonda spaziale di auto-pilotarsi verso il punto di destinazione con conseguente deriva nel cosmo… Nel nostro contesto economico, la ricchezza smisurata di fondi speculativi, grandi multinazionali e monopoli non può raggiungere l’infinito ma:

  • può influenzare il mondo legislativo per ottenere sconti e accumulare ancora più capitale (e ricordo che capitale economico e potere politico sono mutuamente convertibili);
  • resta comunque deleteria in quanto non lascia poco o niente agli altri (pochi soldi significano poca qualità della vita, poca libertà e poca capacità di opporsi alle condizioni che non ci stanno bene).

Il mio discorso non vuole essere contro la meritocrazia, solo porre dei limiti sensati. Se ti impegni e guadagni 10.000 € al mese mentre gli altri ne prendono 2.000, mi sta bene; se possiedi 5.000+ appartamenti in città e li lasci sfitti piuttosto che affittarli a solo 300 € mentre ci sono povere bestie che non hanno nemmeno una casa, mi rode un po’ lo strumentopolo. Ricordiamoci che le leggi non sono opere divine intoccabili ma frutto della mano umana e devono evolvere assieme ai valori a cui la collettività punta ad aderire. Inoltre, proprio per la natura imperfetta e fallibile delle leggi, ottenere un determinato risultato “seguendo le regole” non ci esenta dalla responsabilità di dover ragionare sugli effetti che questo stesso risultato ha sulla comunità, sul suo tessuto sociale e sui suoi individui.

Quindi, come risolviamo questo problema? Introducendo una serie di misure proporzionali che vadano a penalizzare un giocatore tanto quanto accumula più ricchezza rispetto agli altri. È quello che succede già con il nostro sistema di tassazione a scaglioni di reddito, per esempio, anche se bisognerebbe rivederne i pesi in modo da renderlo più equilibrato.

2 – Crescita infinita in un sistema finito

Secondo punto: le risorse sono limitate (e non ne hanno avanzate per te).

Immaginiamo di trovarci in questa situazione: gli altri giocatori sono in vantaggio ma noi siamo furbi e abbiamo passato gli ultimi turni a risparmiare e a collezionare i terreni giusti. Vogliamo edificare alla grande e chiavare quegli stronzi, ma ci accorgiamo di un problema: non ci sono più case! Se le sono fottute tutte!

Ripasso su come funziona nel gioco:

  • Monopoly contiene 32 case e 12 alberghi (sembrano tanti, ma non lo sono);
  • le case si possono costruire quando si vuole (anche nel turno degli altri) ma vanno disposte quanto più equamente possibile. Se si possiedono i contratti di A, B e C, non si possono comprare 4 case e metterle tutte su A, bisogna distribuirle;
  • se le case sono finite, bisogna aspettare che se ne liberino alcune.

Nella vita reale, succede una cosa simile quando un imprenditore crea la sua attività ma non riesce ad emergere perché i competitors hanno contratti migliori (e, talvolta, esclusivi) per quanto riguarda molte cose: approvvigionamento di materie prime, concessione di licenze, disponibilità di spazio fisico, opportunità di rapporti commerciali con nuovi partner… Basti pensare alle licenze farmaceutiche, che sono limitate, o agli spazi pubblicitari in TV, in cui le grandi catene si assicurano i migliori segmenti. Inoltre, si può perseguire la detenzione di quante più risorse possibili anche solo per privarne gli altri e tagliare loro le gambe.

A un livello maggiore, la critica può essere estesa agli USA e a tutte quelle culture che premono l’acceleratore su una produzione (soprattutto industriale e alimentare), uno sfruttamento e un consumismo senza limiti. Perseguire un modello di crescita infinita in un sistema dalle risorse finite è assurdo, oltre che un suicidio.

3 – Vantaggio iniziale

Terzo punto: Monopoly fa iniziare tutti i partecipanti dalla stessa casella e con la stessa quantità di denaro (condizione di parità) ma come andrebbe a finire la partita se qualcuno cominciasse avvantaggiato (tipo noi vs. i figli di Berlusconi)?

Il grafico parla da sé.

Prosperity

Nel 1932 uscì The Landlord’s Game and Prosperity, un’edizione del gioco che includeva un secondo set di regole il quale permetteva, come da titolo, di giocare a Prosperity, la versione anti-capitalista di Monopoly.

Porco schifo che sballo!

La meccanica più importante di questa variante era la seguente: quando un giocatore capitava su un terreno, doveva pagarne l’affitto non al possessore, ma a un fondo comune, il Prosperity Land Rent Fund. Appena il fondo raggiungeva una determinata soglia, tutto l’ammontare veniva redistribuito equamente tra i partecipanti. Gli unici soldi che un proprietario poteva incassare dai giocatori di passaggio erano quelli riguardanti l’affitto delle case, limitate a una per lotto. Inoltre, c’erano penalità per chi possedeva interi set di contratti e/o terreni senza alcuna costruzione sopra e la vittoria si otteneva appena il giocatore più povero raddoppiava il suo capitale iniziale.

Queste regole imponevano un completo cambio di filosofia del gioco:

  • i terreni sono della comunità e i suoi affitti servono per sostenerne e finanziarne i membri;
  • il profitto personale si può realizzare solo aggiungendo valore ai terreni, cioè costruendo le case;
  • in ogni caso, tale profitto personale tornerà, in parte, alla comunità tramite una tassa sul patrimonio totale che deve essere versata nel fondo comune a ogni nuovo giro di plancia;
  • possedere set completi di terreni o detenere una o più proprietà sfitte è penalizzante e incentiva a lasciare liberi i lotti per cui non si hanno piani immediati di sfruttamento (disincentivando il monopolio dei contratti e risolvendo il problema dell’immobilizzazione delle risorse accennato nel punto 2).
“Mr. Sovietopoly non esiste, non può farti del male!”
Intanto, Mr. Sovietopoly…

In conclusione, quello di Prosperity è un insegnamento tanto nobile quanto difficile da capire (per i cerebrolesi): se vogliamo andare lontano, dobbiamo abbandonare la concorrenza e l’antagonismo e perseguire la via della collaborazione e della cooperazione.

Link esterni

The Landlord’s Game, Wikipedia →

The Landlord’s Game®, sito web →

landlordsgame.info, sito web →

Brevetto del 1932 in formato PDF →

Do we want Monopoly or Prosperity?, oxymoron →

Monopoly and Prosperity, Headbirths →