Il filo del ricatto – Dead man’s wire

Recensione bang bang

Siamo nella Indianapolis del 1977 e Anthony Kiritsis (Bill Skarsgård) ha così tanto i coglioni girati che decide di rapire il banchiere Richard Hall (Dacre Montgomery). Il motivo? Kiritsis ha comprato un terreno destinato alla costruzione di un centro commerciale ma non ha trovato investitori che volessero finanziare il suo progetto. Vedendo la sua idea andare in fumo, si ritrova con il mutuo del terreno da pagare e si mette in testa che sia stata la banca stessa a dissuadere gli investitori in modo da potersi impadronire del lotto (gran figli di puttana). Allora, decide di prendere in ostaggio il padrone della banca (suo figlio, per essere più precisi) e di chiedere un riscatto di 5 milioni di dollari, l’immunità per il suo operato e delle scuse formali. Vietato fare i furbi con lui, la sua arma è un fucile modificato con un filo di acciaio: questo avvolge il collo di Hall e tiene in tensione il grilletto, basta un minimo strattone per fargli saltare le cervella. Questa è la meccatronica che mi piace!

Questo è l’incipit di questo film che si ispira a fatti realmente accaduti. L’ambientazione è anni ’70 non solo nei costumi, nelle basette e negli scenari, ma anche nella musica (Kiritsis ascolta spesso il programma radio del DJ Fred Temple, che passa canzoni dell’epoca) e nella resa visiva. Infatti, mi è piaciuto come sia stata simulata la grana morbida e imprecisa delle pellicole dell’epoca e anche la loro limitata resa dei contrasti (si nota bene nelle scene con elementi in contro-luce). Inoltre, saltuariamente si è fatto utilizzo del formato 4:3 proprio per riprodurre le inquadrature delle telecamere di quegli anni. In poche parole, dimenticatevi l’ultra-nitidezza e i colori piatti tipici di fin troppi prodotti moderni senza personalità.

Le recitanzioni sono convincenti e i temi affrontati attuali. Il film evidenzia l’assurdità del sistema capitalistico in cui viviamo: chi ha soldi può permettersi di investire e di sbagliare, chi parte da zero (come Kiritsis) è costretto a ridurre il tutto a una scommessa. Se ce la fai, sfondi. Se non ce la fai, sono cavoli tuoi e la banca può dirti “non mi interessa, pagah!” anche sapendo di metterti in difficoltà. Economicamente, è corretto e non fa una piega, ma viene spontaneo chiedersi se davvero non sia possibile strutturare la società in maniera diversa.

Lo consiglio?

Il film è fatto bene ed è scorrevole. Se proprio devo darvi un’indicazione, non credete troppo al trailer. Su YouTube sembra di andare a vedere qualcosa dal ritmo sostenuto e avvincente ma io l’ho percepito più come un prodotto dalla forte componente documentaristica (nonostante non sia noioso come i report di Disney Channel sui rituali migratori delle rondini).

Una cosa su cui devo riflettere è stata la scrittura del personaggio di Anthony Kiritsis. Bill Skarsgård è stato bravissimo nell’interpretazione perché ha reso ottimamente le varie sfaccettature del personaggio: Kiritsis è un personaggio sì disperato e messo alle strette, ma anche “ingenuo” e semplice per certi versi. Non appena vede che gli viene data importanza mediatica, lui diventa immediatamente felice ed entusiasta perché finalmente si sente ascoltato e ha la possibilità di parlare dei torti ingiustamente subiti. Non è un killer a sangue freddo, è soltanto arrabbiato, e cerca comprensione ed empatia in un mondo che lo tratta o come un debitore insignificante (la bancha) o come una fonte di intrattenimento (i media e la radio). Non si accorge che a nessuno interessa davvero la sua causa, anche se, alla fine, ha ottenuto la copertura mediatica che voleva.

La mia scena preferita è stata il breve momento di confronto tra Kiritsis e Richard Hall. Quest’ultimo, dopo aver appena sentito il proprio padre interessarsi più dei soldi della banca che della sua vita, accenna al primo che le sue convizioni sono errate e quanto, in realtà, essere nato in quella famiglia non sia stato per niente facile. Poche frasi efficaci e tanta espressività di Dacre Montgomery, un momento da incorniciare.